
Ragazzi, questo è un blues con riff in Sì, perciò occhio agli accordi e statemi dietro, okay?

Dispiace. Vol.1
I froci vampiri, Moccia, Scamarcio, Fibra, Chiambretti, Mondo Marcio
Il raggaeton, le carie, i santini, l'aborto e il diritto ad avere bambini
le spiaggie private, il circo, i tronisti, i Camilleri, i Lucarelli, i chilhavvisti
La Brambilla, Rutelli, Sex and the city, Ghedini, Gheddafi, le Bratz e i Gormiti
Veline, velone, visoni e vallette, Venditti, i Vanzina, le cavallette
gioca e bevi responsabilmente, i Suv, le zanzare, i fa bene all'ambiente
Gigi D'alessio, i lacchè, la benzina, la mia faccia allo specchio, stamattina.
To be continued.
Tu-tum, tu-tum, tu-tum.
Io sono tuo padre. (Vol. 8 - "come si cambia, per non morire")
Vorrei cantare come Biagio Antonacci.
Chissà, forse il buon Biagio l'ha scritta per lui.
Se l’onor si paga dopo
Io senza inferno, non resterò
Se l’amor mi costa questo
non voglio sconti, voglio pagare
Io, innocente mai mai,
invadente mai mai
prigioniero mai mai,
fuori luogo mai mai
Non regalo mai mai,
non ritardo mai mai
Non dipendo mai mai,
non ho pace mai mai,
Rit. (coro di giovani italici)
E se fosse per sempre, mi sparerei
e se fosse per sempre, emigrerei
perchè quando mi rubi un altro pezzo di mondo
scende forte l’umore
e il futuro va in mona
(da qui in poi egli si rivolge all'amata patria. Un set a caso: L'Aquila)
Tra la polvere del mondo
mi son trovato e ho camminato
Nelle mani avevo fiori e tante scuse
per non morire
Tu, disillusa mai mai, esordiente mai mai,
regolare mai mai, indecente mai mai,
non mi perdi mai mai, ma non vinci mai mai
non t'incazzi mai mai, non subisci mai mai
E se fosse per sempre, non mi stupirei
e se fosse per sempre, ne gioirei
perchè quando mi voti e mi strappi dal gabbio
sale forte l'umore
e l'amore va al sole
(il nostro chiude rivolgendosi ad uno schermo televisivo)
Mia divinità a corrente continua,
mia che come te non ne fanno mai più
profumiamo insieme di un’essenza che resta,
cosa vuoi che sia la diversità
Rit.
Io sono tuo padre. (Vol. 7 - L'arte della guerra)
Politica, scuola, ecologia, arte, sport. Società. Amici.
Un figlio è un paio di occhiali 3D per vedere il mondo com'è davvero.
Avere un figlio significa trasformare la porta della tua casa nell'ingresso dell'Ambasciata di Nutopia.
Ma un figlio in un Paese che gli dedica si e no l'1% del Pil è il corno che precede la carica, una danza Maori, un kiai permanente.
Un figlio è uno strumento che nessuna scienza e nessuna tecnologia saranno mai in grado di eguagliare. E' Lo specchio di ogni sfumatura del tuo essere. Puoi vedere come ti muovi attraverso i suoi gesti.
Ascoltandolo puoi scoprire come parli. Il tono della voce, la cadenza, le parole che usi. E limare, smussare, affilare.
E presto, quando saranno due, sarai chiamato ad eleccellere nell'Hyōhō Niten.
Perchè la prima conquista dell'arte della spada è l'unità tra uomo e spada.
Quando la spada è nell'uomo e l'uomo è nella spada, anche un filo d'erba è un'arma affilata.
La seconda conquista è che la spada è assente nella sua mano, ma è presente nel suo cuore. Anche a mani nude egli può abbattere il proprio nemico a cento passi.
La conquista finale dell'arte della spada è l'assenza della spada nella mano e nel cuore.
La mente aperta contiene tutto. L'uomo di spada è in pace col mondo.
Egli non uccide, e porta la pace all'umanità.
Due figli sono due specchi. E tua nonna te lo diceva sempre: non mettere uno specchio contro l'altro o arriverà il diavolo.
Beato l'uomo che ne ha piena la faretra.
(Sal 127: 4,5)
Io salto come un pop corn / su questa terra che brucia / su questa eterna sfiducia.
(Caparezza)
Dichiarazione di compromesso.
Ho sempre preferito discutere l'argomento faccia a faccia, in famiglia e tra amici intimi.
Oggi lo faccio semplicemente perchè voglio fissare un pensiero (che poi a guardar bene è il motivo principale per cui ho aperto questo blog).
Fissare un pensiero, dicevo, ora che le vie della città e la tv e la stampa e i giornali sono saturi di tutti quei faccioni associati alla créme de la créme dei creativi nazionali, per un tripudio di con te, per te, uno di noi, uno di voi, per voi, a noi, di a da in con su per tra fra.
Oggi, com'era prevedibile, la valanga di carta sprecata è arrivata fino alle cassette postali.
E anche stavolta non ho resistito. Li ho letti. Prima la Polverini, poi il boss.
A stomaco vuoto, s'intende.
Pagina dopo pagina, mistificazione dopo mistificazione, non posso fare a meno di chiedermi quanti, tra i miei connazionali, ci cascheranno ancora.
E quanti sono così assuefatti da non porsi il problema.
E quanti, disperati, si butteranno dall'altra parte, che oggi equivale a prendere lo stesso schiaffo da un'altra mano.
Poi mi sono venuti in mente i vuoti a perdere, quelli che non votano e si sentono rivoluzionari, invece ci lasciano in pasto alle ultraottantenni e ai capetti che lo amano, gente di cui è pieno il paese.
Stavo per cadere preda di un senso d'impotenza atroce, roba da non riuscire a guardare mio figlio negli occhi. Era nitido il ricordo delle ultime regionali, quando tornando a casa incontravo gente del quartiere che si trascinava verso il seggio, con certe facce che non potevi non pensare agli elefanti che se ne vanno a morire.
Ci ho pensato bene, ci ho ragionato a fondo.
E credo che questa giovane restauratrice che 'conosce il Kung fu', (per rubare la battuta all'eletto) sia l'unico nome che riuscirei a scrivere lì sopra senza provare vergogna per il paese dove sono nato.
Il guaio è che, per il penoso giochetto delle alleanze, appoggiare un consigliere regionale di IDV significa dare una mano alla Bonino. Che la tollero appena un filo di più della principale avversaria. Per mille motivi.
Ne diciamo almeno uno? Sarà che una così la trovo semplicemente agghiacciante.
Come trovo agghiaccianti, inumane, tutte le strumentalizzazioni in atto, da entrambe le parti, in materia di aborto, tema sul quale regna la disinformazione più assoluta. Altro che Minzolini.
Senza qualunquismo. Io un bambino di 8 millimetri l'ho visto, e nessuno mi toglie dalla testa che quello è un bambino. Punto. E io la 194 non la toccherei di certo, ma mi piacerebbe, e molto, che si iniziasse a dare alle cose il loro vero nome.
Vedete, aborto viene da ab-orior, perire. Interruzione di gravidanza è già un'altra cosa. Che ne dite, ad esempio, di omicidio? Tollerato, assistito, legalizzato, ma pur sempre tale?
Ovvio che il discorso è ampio e la faccenda assai delicata. Non è roba da quattro righe su un blog, quindi torniamo a noi. La parentesi è servita solo a farmi/vi capire una cosa: piuttosto che appoggiare Bonino o Polverini mi caverei un'occhio.
Quindi si sta rivelando una scelta ben più sofferta del previsto.
Votare una persona per la quale si nutre una stima sincera e con questo gesto appoggiare la candidatura a presidente della tua regione di qualcuno che senti lontano anni luce, diciamolo, non era tra i miei obiettivi.
Questo la dice lunga sulla totale mancanza di identificazione in qualsivoglia schieramento.
Il che a trent'anni non è proprio una questione da prendere alla leggera.
Insomma, il 28 Novembre scorso sono nati nel Lazio i primi Movimenti 5 Stelle e ad oggi solo Albano e Grottaferrata sono attivi. I meetup nati dal carisma di Grillo stanno lentamente diventando un'alternativa concreta, un passo alla volta il Popolo Viola si struttura, dalla rete partono sempre più proposte attuabili e sempre meno utopie.
Good things comes to those who wait.
Per ora - ahimè - la priorità è uscire da questo patetico circo di pantegane.
Non si tratta dell'essere o meno influenzabili. E' solo il frutto di un approfondimento che continuavo a posticipare e che - vuoi per la scelta a cui ero arrivato, vuoi perchè siamo agli sgoccioli - si era fatto non più rimandabile.
E così ho deciso.
Non stravedo per la Marzioli ma condivido molte posizioni espresse nel programma de La Rete dei Cittadini, (magari il logo lo rifacciamo, eh?) la lista civica indipendente da cui proviene la sua candidatura.
Le paroline magiche lista-civica-indipendente pesano molto, il solo non essere costretti ad appoggiare un pazzoide pur di non sostenere i due schieramenti principali già mi basta.
La spinta definitiva l'ha data un commento letto sul blog Eco-lazio che riassume parola per parola il mio pensiero.
"I due candidati di spicco, Polverini e Bonino, appartengono ad un sistema di poteri che da decenni s'è reso colpevole, spesso in malafede, dei mali di questo paese.
E' assurdo ricadere nuovamente nella trappola del "voto utile", continuando a premiare gli schieramenti che si propongono come soluzione ai mali da loro stessi causati.
E' ora di svegliarsi ed agire, riprendere (o cercare di farlo) le redini dell'amministrazione dei beni comuni e lasciarsi alle spalle i giochi di potere di una politica malata e fuori dalla realtà, che vive sulle spalle di noi tutti.
Marzia Marzioli da anni lotta con i cittadini e per i cittadini, fuori dagli schieramenti e fuori dalle poltrone di palazzo: la scelta della Rete dei Cittadini è naturalmente caduta su di lei, degna rappresentante di una squadra di persone al lavoro per il bene comune di questa regione.
Spero che molti cittadini laziali comprendano che è necessario, oggi più di ieri, fare un passo indietro rispetto alle ideologie ed ai partiti, utili solo a dividere e depotenziare l'enorme patrimonio di risorse rappresentato dalle persone di buona volontà che si impegnano per ridare potere decisionale al popolo."
Parola per parola. Appunto.
Bene. Sembra che io abbia trovato la soluzione per non mandare in conflitto i miei neuroni quando aprirò la scheda nell'urna.
E poi dai, per un fumettaro il nome con la doppia iniziale e l'assonanza è una cosa seria.
Marzia Marzioli, Dylan Dog, Nathan Never, Peter Parker, Ponzio Pilato...
Si ringrazia Marco Martellini per quella vignetta che, ahimè, diventa ogni giorno più nostra.
Let it slow.
Non ho idea del perchè. O forse si.
Sono giorni densi, intensi. Progetti, scommesse, ma soprattutto scelte.
E paure, certo. E incertezze, tante.
Poi, qualche giorno fa (mi sono arreso all'idea che i post sono sempre meno in tempo reale, ma chissenefrega, l'importante è scrivere, mi serve) sono sprofondato in un bell'articolo di Bruno Giussani, sull'ultimo Wired. Intervistava Piccard. Che non è il comandante dell'Enterprise, ma quasi.
E tra le tante cose belle che vi si possono leggere, c'era anche la risposta che cercavo da mesi.
... non si vola intorno al mondo per venti giorni in una navicella pressurizzata appesa a un pallone sospinto dai venti, guardando il pianeta dall'oblò, senza sviluppare una teoria sulla vita.
Bertrand Piccard vede nel volo in mongolfiera una splendida metafora. Come si dirige una mongolfiera? Sapendo che l'atmosfera è fatta di diversi strati di vento, che soffiano tutti in direzioni diverse. «Quindi se vogliamo cambiare traiettoria, dobbiamo cambiare quota. Nella vita, ciò significa salire a un livello psicologico, filosofico e spirituale più alto», dice Piccard. Come si fa? Come si traduce la metafora in qualcosa di più pratico e quotidiano? In mongolfiera è facile: basta lasciar cadere la zavorra (sabbia, acqua, equipaggiamento che non serve più, bombole vuote) e si sale. Ascoltiamo Piccard: «Penso che nella vita possa essere la stessa cosa.
Dimmi, visto che sei un pilota così bravo: preferisci andare molto velocemente nella direzione sbagliata, o lentamente nella direzione giusta?"».
Perchè pubblico queste parole? Beh, perchè è femmina.
Due virgola due centimetri.
Lui (lei?) se ne sta lì, senza sapere che esiste da appena nove settimane* ed è gia la seconda volta che mi lascia senza parole.
Ma questa è solo un'altra delle migliaia di cose incredibili che accadranno, da qui ad agosto e da agosto in poi.
Stay tuned. (Lo dico a me per primo, s'intende.)
We share the same soul. O-o-o-ooh.
E' eccitazione, paura, gratitudine, sussulto, respiro profondo prima di un nuovo tuffo nell'ignoto.
E' Ilaria che, sorridente di un sorriso nuovo, mi mostra due linee rosse, nette, e mi dice
- buon Natale -
E' il Beta-HCG che ha aspettato i nostri trent'anni (e i trenta mesi di Leonardo) per tornare a farci visita scoprendoci diversi, lontani anni luce dall'uomo dalla donna che eravamo prima e - per quanto sia a volte tentato di pensare il contrario - migliori.
E' la gola secca, tuo figlio che capisce al volo e prima sorride, poi ti morde con tutta la forza che ha.
E' Jack che, ancora una volta, trova le parole al posto mio.
She could make angels
I've seen it with my own eyes
you gotta be careful when you've got good love
'cause the angels will just keep on multiplying.
E' vivo, è vero. E' un secco due a zero contro il mondo intero.
Buon anno, gente.
Fabrizio
All I want for Christ.
E ci sono le cose che notano tutti (alberi e presepi, zampognari e lucette colorate), quelle che nota qualcuno (gli arrangiamenti pop che improvvisamente si riempiono di cori e campanelle nel disperato tentativo di sfornare "involontariamente" la hit di Natale), e quelle che nessuno vuole vedere (una realtà quotidinana che si fa sempre più cinica e paradossale, le mille giustificazioni partorite dalla coscienza umana per tollerare un prelievo al bancomat dietro l'angolo dove un poveraccio muore di freddo).
Ma anche la lettera integrale di Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International, a proposito dell'esito del summit appena concluso a Copenhagen, se vogliamo.
Lo show proseguirà senza intoppi, come sempre, guidato da espertissimi impresari e maestri di cerimonia. Sta a noi decidere chi interpretare e come.
Si può scegliere di agire o di fermarsi appena il tempo per cliccare "Mi piace" su Facebook.
Non starò certo qui a pontificare su come dovrebbe essere il Natale.
Certo però, non ditemi che è quel delirio compulsivo, quell'affanno senza senso che riempie i carrelli della spesa reali e virtuali. Chiunque pensa che non ci sia alternativa, che sia normale, che ci faccia bene, che sia per noi, ha una pessima opinione di sé e della specie vivente a cui appartiene.
(Nello spazio di questa parentesi c'è una giornata intera con tuo figlio. Il bello della diretta. E del tasto "salva come bozza".)
Cominciava a sembrarti tutto falso e meschino, allora sei fuggito via.
In barca, verso il largo, lontano da tutto e da tutti. All'improvviso un rumore sordo.
Il tuo battello ha urtato le gigantesche quinte che per anni hai chiamato cielo.
E finto. E' blu dipinto di blu.
Se questa non è solo una memorabile scena di Truman Show ma è - o è stata - la tua vita, al tuo grido disperato non risponderà Ed Harris, ma Dio.
O almeno a me è andata così.
E Dio, per chi ci crede e per chi no, sta nella verità. Pura, semplice e assoluta.
La verità delle cose, dei fatti, dei rapporti tra le persone, la verità con te stesso. Niente più versioni romanzate o licenze poetiche. La messa al bando di ogni ipocrisia.
Lo chiamo Dio perchè poi, a pensarci bene, si tratta del massimo a cui si possa aspirare: vivere liberi da ogni schiavitù, scegliere consapevolmente ogni cosa, avere il famoso coraggio delle proprie idee, sospesi come funamboli in un cosmo di cui sappiamo solo una manciata di come e zero perchè.
Si, lo so, una storia lunga e complessa. Non una roba da blog.
Per questo sono grato a chi, come Pierre Bourgeault autore dello Zio Sam qui sopra, parla chiaro.
(Ma anche questo non scherza.)
E' un processo di disintossicamento graduale e una volta che hai iniziato va sempre meglio.
Butti un pò di carico in mare e qualcuno già ti vede come una specie di asceta, di cultore delle privazioni.
In realtà ti stai solo liberando dei pesi che ti impediscono di andare avanti.
Devi arrivare a sentire quel rumore sordo, a toccare le quinte, se vuoi smetterla di sentirti sempre e ovunque a disagio. Devi porti domande che la tua coscienza, allenata a fare zapping, si affretterà a mettere da parte. Devi fartele ancora, e ancora. Il primo passo per liberarsi da qualsiasi schiavitù sta nel riconoscersi schiavi, poi viene il bello.
Quando quell'omino mesto e borghese che hai dentro capirà chi è che comanda, spegnerà la tv e alzerà le tapparelle, permettendo al sole di illuminare la stanza, finalmente.
Emancipate yourself from mental slavery, diceva qualcuno. In quella frase c'è l'augurio che faccio a chiunque legga queste righe. Per il Natale, per l'anno nuovo che sta arrivando, per la vita, l'universo e tutto quanto ne facciamo.
Non viene da uno che ce l'ha fatta, è chiaro. Ma da uno che diverse volte c'è riuscito, questo si.
E se lo auguro è perchè è meraviglioso. Molto meglio dell'essere "più buoni".
E alla fine un consiglio. Le indicazioni per trovare un tesoro* che arricchisce davvero, non l'ennesimo gingillo.
Da leggere tenendo a portata di mano un'antologia completa dei racconti di Camelot.
Si, proprio quella. La Tavola Rotonda.
Fidatevi.
*Sottotitolo e copertina orrendi, come ahimè è sempre accaduto con tutto ciò che c'è di davvero importante a questo mondo. Ma tu non ti fermerai per così poco, vero?
Ol' Thirty Bastard.
[1989]
Io e mio fratello Damiano ne eravamo certi.
Era così per quelli poco più grandi di noi. Le chiavi di casa le sentivi rimbalzare nelle loro tasche e quel suono inconfondibile stava lì a dirti che anche se stavano giocando con te erano lontani anni luce. Erano i grandi.
Stasera, nel suo messaggio di auguri, Damiano mi ha ricordato quei pomeriggi e glie ne sono grato.
[Stacco, 1999.]
E' incredibile come il ricordo di una festa a sorpresa di dieci anni fa sia così vivido nonstante nel frattempo sia accaduto di tutto. Davvero, di tutto.
Dai nomi sui citofoni ai numeri sui display dei cellulari, dalle mailboxes ai profili sui social network, gli amici hanno cambiato mille volte forma e colore.
Alcune amicizie sono sbocciate, altre sono state recise, altre ancora resistono al vento, tenaci come nient'altro al mondo seppur mutate in qualcosa di radicalmente diverso da ciò che furono.
Ho creduto in Dio per poi smettere e ricominciare di nuovo.
Ho vissuto di ciò che so fare meglio, avere idee.
Che poi è diventato il lavoro che ancora oggi faccio fatica a spiegare a chiunque, incluso me stesso.
Ho cambiato strada così tante volte da aver perso di vista la meta prefissata, preso a guardare un cielo ogni giorno diverso.
Se penso al domani non ho dove poggiare il capo. Ma qualcuno ha detto che questa non è l'incertezza, questa è la libertà.
Ho sposato una donna che ogni volta mi tende la mano. Ed è uno specchio per vedere chi sono al di là di tutte le costruzioni mentali, i sogni e i progetti.
Ho un figlio. E certe volte questo pensiero è una rivelazione che ti esplode in mezzo agli occhi ridimensionando ogni cosa, altre volte è un punto interrogativo gigantesco, ma di quelli che auguro a chiunque di portare sulle spalle.
Ho suonato, ho cantato, ho scritto, ho disegnato.
E qualche minuto fa, in silenzio, ho festeggiato.
[2009]
Sono qui da 10.958 giorni, ad un passo dal nuovo anno che sembra sempre più quello decisivo, quello che plasmerà gli altri che verranno, indipendentemente da quanti saranno.
Tornerò a rileggere queste righe per vedere chi ero, la notte che ho compiuto i miei primi trent'anni.
My hair was long when we first met.
simile a gazzella
Poi, da qualche giorno era tutto diverso.
Era improvvisamente cambiata l'aria, e la musica, e i colori.
Due anni trascorsi a rincorrerti e ora cedevi, ti lasciavi raggiungere.
Era oggi, tredici anni fa.
E quando siamo tornati su insieme, da quella strada che per anni avevo percorso da solo, gli occhi degli altri me li ricordo. Erano occhi che dicevano
Chi è colei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto?
Quella mattina, ancora mezzo addormentato, bevevo latte e mi trascinavo alla fermata. Autobus, metro, scuola. Ed ho in mente te.
Stamattina, ancora mezzo addormentato, prendevo un caffè e guardavo nostro figlio dormire. Ed ho in mente te.
2 + 13.
E' metà della mia vita che ti amo.
Io sono tuo padre. (Vol. 6 - The School Issue)
Diventare padre significa alle 8 pappa, alle 9 a nanna.
Diventare padre significa mors mea, vita sua.
Mors loro, vita nostra.
Per la proprietà transitiva degli elementi, mortacci vostra.
Diventare padre significa alterare il continuum spazio-tempo con 1.21GW di madonne tirate giù di prima mattina, quando puntualmente gli oggetti intorno a te ti ricordano che nulla - nulla - è pensato per agevolare un bambino e men che meno il genitore che lo segue, in questo stracazzo di città.
Diventare padre significa soprendersi davanti ad un film, un libro, una canzone, a pensare a come sarà condividere tutto questo con lui.
Diventare padre significa che, nel giorno in cui Edison testava la prima lampadina e in Francia le donne accedevano al voto, nel giorno in cui Taiwan cadeva in mano ai giapponesi e a New York inauguravano il Guggenheim, a poco più di un mese dai tuoi primi trent'anni lo accompagni a scuola per la prima volta. E non ci credi. E non ci crederai per molto, ancora.
(E se nel farlo ti senti improvvisamente vecchio, quel bambino all'ingresso che ti guarda ed esclama nonno! non aiuta.)
Diventare padre significa risposte pronte, strategie collaudate a casa, insieme, prima dello scontro.
- No, signora. Non è vaccinato. Si, è nato a casa. Si, per scelta. No, non siamo nè amish nè mormoni, signora. No, neanche quelli del Regno. Abbiamo solo acceso il cervello.
(...)
Vede, io e Dio abbiamo un accordo.
Io non discuto sul perchè lui abbia popolato il mondo di gente come lei e l'abbia messa sulla mia strada e lui non discute di come distribuisco la sua ira. -
Diventare padre significa l'inserimento, il distacco graduale, la stanza della vista, quella dell'udito, del tatto, dell'olfatto, del gusto. Un paio di ciabattine nuove che sembrano disegnate da Frezzato, la foto più bella sulla bacheca dei nuovi arrivati, il cerchio delle presentazioni, il traffico la mattina, la maestra Martina, il profumo del legno, la rata in base all'ISEE, l'orario flessibile, lo porti tu, lo prendo io.
Da qui al 2025, anno in cui prenderà la patente.
Per questo, s'intende.
Tre cuori e una malga.
Higgy-baby mode on.
Alla fine Higgins ha avuto la meglio. Minimalismo e sobrietà sono le parole chiave di questo ennesimo restyling del Nido. Il quarto, credo. Presto torneranno i link e le varie amenità.
Bittersweet.
Oh things are gonna happen naturally/
And taking your advice I'm looking on the bright side/
And balancing the whole thing/
But often times those words get tangled up in lines/
And the bright lights turn to night/
Until the dawn it brings/
A little bird who'll sing about the magic that was you and me.
(Jason Mraz, You and I both)
1/14 Agosto 2009.
Avere un figlio significa arresti domiciliari.
Bitter
E' saltato l'80% delle cose che avevo (avevamo) pensato di fare in questi giorni.
E' saltato il pellegrinaggio a casa di Banksy.
Sono saltati il mare, il lago e la montagna. Gli amici, il cinema, la musica.
L'amato/odiato planning settimanale mi fissa dalla scrivania. Ha gli occhi di Bush quando parlava di Asse del Male e Giustizia Infinita.
Malattie, farmacie, file, telefonate, custodi delle scienze mediche che procedono a tentoni nel buio di ciò che ancora non sanno del corpo umano. L'assenza dell'umiltà necessaria per ammettere una sconfitta, la presunzione, la mediocrità, il veleno.
Per gran parte del giorno ho "i pugni nelle mani".
Quest'improvvisa reclusione mi da troppo tempo per pensare e per quelli come me la cosa non è quasi mai un bene.
La "società civile" mi appare sempre più come un idiota che esce di casa nudo e va da Bulgari per comprare un paio di gemelli.
Il tempo scorre lentamente, troppo lentamente. E trovarsi alla fine della giornata con la sensazione di non aver fatto abbastanza è devastante.
Ogni decisione da prendere in questo delicatissimo momento (che è tale anche per mille altri motivi), è una roba da filo rosso/filo blu. Sudori freddi, gola secca e mascelle serrate.
Sweet
Ho tempo per recuperare una serie di letture arretrate, riprogrammare l'immediato futuro (stavolta cercando di ricordare, come suggeriva John, che la vita è ciò che ti accade mentre sei tutto preso a fare altri programmi).
E faccio questo con un'urgenza che puoi percepire solo quando diventi padre. Non è presunzione o superbia, è che tuo figlio ormai parla. Punto. E tu devi saper rispondere. Sempre.
Cullati dal silenzio onirico degli appartamenti chiusi per ferie che ci circondano, passiamo le serate leggendo, ascoltando musica nella luce soffusa del salone.
Basta la voce di Al Bowlly a portarci dove vorremmo essere. Ci guardiamo negli occhi e l'istante dopo siamo lì.
Sto scrivendo. Piano, ma sto scrivendo.
Giochiamo con Leonardo.
Ci aiutiamo. Facciamo i turni, ci diamo i cambi.
Siamo invincibili.
Io sono tuo padre. (Vol.5 - the pre-holiday release)
Diventare padre significa non riprendere fiato.
Diventare padre significa progettare fughe.
Per lui. Da lui.
Diventare padre significa Dio benedica i nonni.
Diventare padre significa Dio fulmini i nonni.
Diventare padre significa dire
scarlattina
quando tutti intorno a te dicono
ferie.
Diventare padre significa ricordarsi di ricordare.
Diventare padre significa che ti guardi dentro e poi gli racconti cosa hai visto.
Avere un figlio significa troppo.
Tanto che cominci a volerne un altro.
Diapositive
Laggiù, proprio adesso (fuso a parte), passeggia con la sua bella un'amico.
Lui sa di meritarselo e io so che è vero, quindi riesco a tenere a bada l'invidia contrapponendola ad una specie di profondo senso di giustizia, una solidarietà spontanea con i professionisti, i pochi rimasti a questo mondo.
Se così non fosse, il rosicamentum tremens mi avrebbe gia posseduto trasformandomi in un golem urlante e l'avrei raggiunto surfando sulla scia della mia saliva solidificata mietendo vittime e cantando Hold on, I'm coming.
E invece no. O meglio, darei ancora un braccio per essere lì ma decido di concentrarmi su un'altra immagine. Una diapositiva che mostra il presente e l'immediato futuro. Inspiro, espiro.
Un paio di soddisfacenti progetti conclusi e i big ones che reclamano la mia dedizione in un agosto che si prospetta denso e distensivo allo stesso tempo.
Nessuna trasferta se non nei primi di settembre, quando il tunnel del divertimento sarà alle spalle dei più.
Ho la netta sensazione che dall'ultimo trimestre di questo 2009 dipenderanno molte, moltissime cose.
Da qui ai prossimi 40 giorni dovrò dare il meglio di me ma avrò Ilaria e Leonardo dalla mia.
Nothing could be better, and nothing ever was.