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Io sono tuo padre. (Vol. 8 - "come si cambia, per non morire")


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Diventare padre significa diventare cintura nera di diversivi, sesto dan di creatività.

Diventare padre significa essere grati a Dario che regalandoti una cuffia Sony stereo ti ha salvato la vita.

Diventare padre signif-NO! Leo! Non toccccCCCCCRAAASH!! *_*

Diventare padre significa garantirsi una dose quotidiana di sorprese ben oltre ogni umana immaginazione.
Riconoscere un padre è facile. E' quello che, quando un coboldo attraversa la strada in sella ad un unicorno cantando Yellow Submarine, dice "toh, un altro."
Lo riconosci anche dalle occhiaie e dal deambulatore, ma questa è un'altra storia.

Diventare padre significa ritrovarsi in macchina dischi dei quali non avresti mai pensato neanche di pronunciarne il nome.

Diventare padre significa ritrovarsi in mente canzoni che non hai il coraggio di scrivere qui.

Diventare padre significa sperimentare la dualità del tempo.
Giornate intere che volano via in un soffio e quando alla fine ti stendi su quel letto da cui ti sei alzato almeno sedici ore prima, giureresti che sia trascorsa almeno una settimana.

Diventare padre significa dimenticare la faccia sotto la barba.

Diventare padre significa che i tuoi problemi con l'autorità esigono risposte immediate.
Perchè nell'istante in cui hai preso tuo figlio tra le braccia sei diventato quel problema.

Diventare padre significa dove sono gli altri della mia ballotta mo che sono nel ciclone.

Diventare padre significa prendere posizione. Continuamente. Costantemente.
E' per questo, e non per i tuoi due metri incompatibili col pianeta, che ti fa male la schiena anche da fermo. Da tre anni stai giocando a Twister contro il mondo intero.

Diventare padre significa
"papà, che cos'è?"
"Non lo so. Vieni, andiamo al mare. Guarda, una lucertola!"

Diventare padre significa ringraziare Miyazaki e i pastelli. Nascondere i dvd Pixar e i pennarelli.

Diventare padre significa acquisire un superpotere: puoi vedere fino a dieci secondi nel futuro.
Pro: prendi al volo ferri da stiro e bicchieri in caduta libera. Gli salvi la vita un paio di volte al giorno. Jack Bauer è un dilettante.
Contro: nervi a pelle, allucinazioni auditive. Nei momenti peggiori, puoi scorgere con la coda dell'occhio Ignazio La Russa per poi scoprire che era il tuo riflesso su uno specchio di passaggio. Ciò ti predispone alla tachicardia e alla fine arte del sacramentare sottovoce.

Diventare padre significa... ok, sarò strano io ma i nomi dei personaggi dei fumetti che ti hanno reso ciò che sei, pronunciati da tuo figlio, sono bellissimi.

Diventare tuo padre significa dirottare i budget.
iPad? No. Stokke.

Diventare padre non è questo. Un figlio è più della somma delle sue parti.

Diventare padre significa che


Io sono tuo padre. (Vol. 7 - L'arte della guerra)



Politica, scuola, ecologia, arte, sport. Società. Amici.
Un figlio è un paio di occhiali 3D per vedere il mondo com'è davvero.

Avere un figlio significa trasformare la porta della tua casa nell'ingresso dell'Ambasciata di Nutopia.

Ma un figlio in un Paese che gli dedica si e no l'1% del Pil è il corno che precede la carica, una danza Maori, un kiai permanente.

Un figlio è uno strumento che nessuna scienza e nessuna tecnologia saranno mai in grado di eguagliare. E' Lo specchio di ogni sfumatura del tuo essere. Puoi vedere come ti muovi attraverso i suoi gesti.
Ascoltandolo puoi scoprire come parli. Il tono della voce, la cadenza, le parole che usi. E limare, smussare, affilare.

E presto, quando saranno due, sarai chiamato ad eleccellere nell'Hyōhō Niten.

Perchè la prima conquista dell'arte della spada è l'unità tra uomo e spada.
Quando la spada è nell'uomo e l'uomo è nella spada, anche un filo d'erba è un'arma affilata.
La seconda conquista è che la spada è assente nella sua mano, ma è presente nel suo cuore. Anche a mani nude egli può abbattere il proprio nemico a cento passi.
La conquista finale dell'arte della spada è l'assenza della spada nella mano e nel cuore.
La mente aperta contiene tutto. L'uomo di spada è in pace col mondo.
Egli non uccide, e porta la pace all'umanità.


Due figli sono due specchi. E tua nonna te lo diceva sempre: non mettere uno specchio contro l'altro o arriverà il diavolo.

Come frecce nella mano d'un prode, così sono i figli della propria giovinezza.
Beato l'uomo che ne ha piena la faretra.

(Sal 127: 4,5)

Io salto come un pop corn / su questa terra che brucia / su questa eterna sfiducia.
(Caparezza)




[Ecclesiaste 1:9ss]



"[...]Si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non l'avrebbe mai posto al governo).


Tutti questi delitti furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi.
Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti.
Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.

Perché il popolo tollerò, favorì e applaudì questi delitti?
Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché egli era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).

Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti?
Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.

Egli, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un pò ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo.
Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.

Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso. Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così egli predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse.
Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così egli con le masse.
Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità.
Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena e la musica patetica. Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse.
Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.

Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare."

Elsa Morante. 1945.

Dichiarazione di compromesso.





Sul Nido non ho mai parlato di politica.
Ho sempre preferito discutere l'argomento faccia a faccia, in famiglia e tra amici intimi.
Oggi lo faccio semplicemente perchè voglio fissare un pensiero (che poi a guardar bene è il motivo principale per cui ho aperto questo blog).

Fissare un pensiero, dicevo, ora che le vie della città e la tv e la stampa e i giornali sono saturi di tutti quei faccioni associati alla créme de la créme dei creativi nazionali, per un tripudio di con te, per te, uno di noi, uno di voi, per voi, a noi, di a da in con su per tra fra.

Oggi, com'era prevedibile, la valanga di carta sprecata è arrivata fino alle cassette postali.
E anche stavolta non ho resistito. Li ho letti. Prima la Polverini, poi il boss.
A stomaco vuoto, s'intende.
Pagina dopo pagina, mistificazione dopo mistificazione, non posso fare a meno di chiedermi quanti, tra i miei connazionali, ci cascheranno ancora.
E quanti sono così assuefatti da non porsi il problema.
E quanti, disperati, si butteranno dall'altra parte, che oggi equivale a prendere lo stesso schiaffo da un'altra mano.
Poi mi sono venuti in mente i vuoti a perdere, quelli che non votano e si sentono rivoluzionari, invece ci lasciano in pasto alle ultraottantenni e ai capetti che lo amano, gente di cui è pieno il paese.
Stavo per cadere preda di un senso d'impotenza atroce, roba da non riuscire a guardare mio figlio negli occhi. Era nitido il ricordo delle ultime regionali, quando tornando a casa incontravo gente del quartiere che si trascinava verso il seggio, con certe facce che non potevi non pensare agli elefanti che se ne vanno a morire.

Ci ho pensato bene, ci ho ragionato a fondo.
E credo che questa giovane restauratrice che 'conosce il Kung fu', (per rubare la battuta all'eletto) sia l'unico nome che riuscirei a scrivere lì sopra senza provare vergogna per il paese dove sono nato.
Il guaio è che, per il penoso giochetto delle alleanze, appoggiare un consigliere regionale di IDV significa dare una mano alla Bonino. Che la tollero appena un filo di più della principale avversaria. Per mille motivi.
Ne diciamo almeno uno? Sarà che una così la trovo semplicemente agghiacciante.
Come trovo agghiaccianti, inumane, tutte le strumentalizzazioni in atto, da entrambe le parti, in materia di aborto, tema sul quale regna la disinformazione più assoluta. Altro che Minzolini.
Senza qualunquismo. Io un bambino di 8 millimetri l'ho visto, e nessuno mi toglie dalla testa che quello è un bambino. Punto. E io la 194 non la toccherei di certo, ma mi piacerebbe, e molto, che si iniziasse a dare alle cose il loro vero nome.
Vedete, aborto viene da ab-orior, perire. Interruzione di gravidanza è già un'altra cosa. Che ne dite, ad esempio, di omicidio? Tollerato, assistito, legalizzato, ma pur sempre tale?
Ovvio che il discorso è ampio e la faccenda assai delicata. Non è roba da quattro righe su un blog, quindi torniamo a noi. La parentesi è servita solo a farmi/vi capire una cosa: piuttosto che appoggiare Bonino o Polverini mi caverei un'occhio.

Quindi si sta rivelando una scelta ben più sofferta del previsto.
Votare una persona per la quale si nutre una stima sincera e con questo gesto appoggiare la candidatura a presidente della tua regione di qualcuno che senti lontano anni luce, diciamolo, non era tra i miei obiettivi.
Questo la dice lunga sulla totale mancanza di identificazione in qualsivoglia schieramento.
Il che a trent'anni non è proprio una questione da prendere alla leggera.

Insomma, il 28 Novembre scorso sono nati nel Lazio i primi Movimenti 5 Stelle e ad oggi solo Albano e Grottaferrata sono attivi. I meetup nati dal carisma di Grillo stanno lentamente diventando un'alternativa concreta, un passo alla volta il Popolo Viola si struttura, dalla rete partono sempre più proposte attuabili e sempre meno utopie.
Good things comes to those who wait.
Per ora - ahimè - la priorità è uscire da questo patetico circo di pantegane.

Edit:

Un'ora di navigazione mirata ha scacciato ogni paranoia.
Non si tratta dell'essere o meno influenzabili. E' solo il frutto di un approfondimento che continuavo a posticipare e che - vuoi per la scelta a cui ero arrivato, vuoi perchè siamo agli sgoccioli - si era fatto non più rimandabile.
E così ho deciso.



Non stravedo per la Marzioli ma condivido molte posizioni espresse nel programma de La Rete dei Cittadini, (magari il logo lo rifacciamo, eh?) la lista civica indipendente da cui proviene la sua candidatura.
Le paroline magiche lista-civica-indipendente pesano molto, il solo non essere costretti ad appoggiare un pazzoide pur di non sostenere i due schieramenti principali già mi basta.
La spinta definitiva l'ha data un commento letto sul blog Eco-lazio che riassume parola per parola il mio pensiero.

"I due candidati di spicco, Polverini e Bonino, appartengono ad un sistema di poteri che da decenni s'è reso colpevole, spesso in malafede, dei mali di questo paese.
E' assurdo ricadere nuovamente nella trappola del "voto utile", continuando a premiare gli schieramenti che si propongono come soluzione ai mali da loro stessi causati.
E' ora di svegliarsi ed agire, riprendere (o cercare di farlo) le redini dell'amministrazione dei beni comuni e lasciarsi alle spalle i giochi di potere di una politica malata e fuori dalla realtà, che vive sulle spalle di noi tutti.
Marzia Marzioli da anni lotta con i cittadini e per i cittadini, fuori dagli schieramenti e fuori dalle poltrone di palazzo: la scelta della Rete dei Cittadini è naturalmente caduta su di lei, degna rappresentante di una squadra di persone al lavoro per il bene comune di questa regione.
Spero che molti cittadini laziali comprendano che è necessario, oggi più di ieri, fare un passo indietro rispetto alle ideologie ed ai partiti, utili solo a dividere e depotenziare l'enorme patrimonio di risorse rappresentato dalle persone di buona volontà che si impegnano per ridare potere decisionale al popolo."

Parola per parola. Appunto.
Bene. Sembra che io abbia trovato la soluzione per non mandare in conflitto i miei neuroni quando aprirò la scheda nell'urna.

E poi dai, per un fumettaro il nome con la doppia iniziale e l'assonanza è una cosa seria.
Marzia Marzioli, Dylan Dog, Nathan Never, Peter Parker, Ponzio Pilato...

Si ringrazia Marco Martellini per quella vignetta che, ahimè, diventa ogni giorno più nostra.

Let it slow.



Sono giorni in cui diverse metafore che hanno a che fare con il volo in mongolfiera si fanno strada sempre più spesso nei miei pensieri.
Non ho idea del perchè. O forse si.
Sono giorni densi, intensi. Progetti, scommesse, ma soprattutto scelte.
E paure, certo. E incertezze, tante.
Poi, qualche giorno fa (mi sono arreso all'idea che i post sono sempre meno in tempo reale, ma chissenefrega, l'importante è scrivere, mi serve) sono sprofondato in un bell'articolo di Bruno Giussani, sull'ultimo Wired. Intervistava Piccard. Che non è il comandante dell'Enterprise, ma quasi.
E tra le tante cose belle che vi si possono leggere, c'era anche la risposta che cercavo da mesi.


... non si vola intorno al mondo per venti giorni in una navicella pressurizzata appesa a un pallone sospinto dai venti, guardando il pianeta dall'oblò, senza sviluppare una teoria sulla vita.
Bertrand Piccard vede nel volo in mongolfiera una splendida metafora. Come si dirige una mongolfiera? Sapendo che l'atmosfera è fatta di diversi strati di vento, che soffiano tutti in direzioni diverse. «Quindi se vogliamo cambiare traiettoria, dobbiamo cambiare quota. Nella vita, ciò significa salire a un livello psicologico, filosofico e spirituale più alto», dice Piccard. Come si fa? Come si traduce la metafora in qualcosa di più pratico e quotidiano? In mongolfiera è facile: basta lasciar cadere la zavorra (sabbia, acqua, equipaggiamento che non serve più, bombole vuote) e si sale. Ascoltiamo Piccard: «Penso che nella vita possa essere la stessa cosa.
La gente parla di "spirito pionieristico" pensando che i pionieri sono quelli che sviluppano idee nuove. Non è così. Le idee nuove sono facili da avere. I pionieri sono quelli che hanno il coraggio di buttare fuori bordo molta zavorra. Abitudini. Certezze. Convinzioni. Dogmi. Paradigmi. E quando lo facciamo la vita non è più solo una linea che si sviluppa in una direzione e in una dimensione: diventa l'insieme di tutte le possibili linee che vanno in tutte le direzioni, in tre dimensioni. Uno spirito pionieristico è quello che ci permette di esplorare tutti i modi di fare, di comportarsi, di pensare, per trovare quello che va nella direzione che desideriamo». Come il pilota della mongolfiera che cerca il vento giusto.
Non è facile sapere quale zavorra buttar via, e a quale quota salire. E spesso è un cammino paradossale. Durante una conferenza recente, Piccard ha raccontato un aneddoto rivelatore. Quand'erano in volo nell'Orbiter 3, i meteorologi un giorno chiesero a lui e Brian Jones di volare a bassa quota e lentamente. «Ma disobbedimmo, perché pensavamo che a quella velocità non saremmo mai riusciti a fare il giro del mondo. Così salimmo di quota e trovammo un jetstream che raddoppiò la nostra velocità. I meteorologi ci dissero di scendere subito; noi rifiutammo, eravamo fieri del nostro pilotaggio. Fin quando uno dei meteorologi mi disse: "C'è una bassa pressione alla vostra sinistra; se continuate così fra un paio d'ore virerete e finirete al Polo Nord.
Dimmi, visto che sei un pilota così bravo: preferisci andare molto velocemente nella direzione sbagliata, o lentamente nella direzione giusta?"».


Perchè pubblico queste parole? Beh, perchè è femmina.



It only ends once, anything else is progress.



Sono due settimane che cerco di parlare di Avatar qui sul Nido. Lavoro, pigrizia, figli e VitaVera™ me l'hanno impedito. Forse ce la faccio fra qualche giorno, sempre che freghi qualcosa a qualcuno.
Per ora fatevi bastare questo illuminante scambio tra l'uomo di fede e l'uomo di scienza.

DIDA: Nel frattempo...

Una colonna di fumo nero mi avvolge e mi scaglia violentemente contro un muro.

La colonna si chiama sconforto.
Il muro è lo schermo nero del mac spento al termine del terzo episodio.

E dire che in questi giorni di full immersion lavorativa mi sto giocando i pochi e preziosi momenti di tempo libero timbrando il cartellino alla Dharma, cercando di capirci qualcosa mentre si fa strada la peggiore delle ipotesi, quella che avvicinerà migliaia (che dico, milioni) di persone alla magia nera e ai riti vodoo, ai tarocchi, alle fatwā e a qualsiasi altro mezzo per esternare i propri sentimenti nei confronti di JJ e soci.

Mi riferisco al pastrocchio, allo script che la butta in caciara e fugge via con un bel finale aperto di quelli che non li dimentichi più.
Gli ultimi e interminabili dieci minuti affidati al maestro Renè Ferretti, un ralenti accompagnato dai singhiozzi acustici di Michael Giacchino, tutto è successo, nulla è successo, o forse si, ma non ce lo ricordiamo, ma anche no, è colpa di Hugo, ma forse - dissolvenza in nero. Stooop, buona!

Gia li vedo.
Un orda di Uruk-hai che si riversa nelle strade.
E a guidarli verso le case di Abrams, Lindelof, Cuse e compagnia ci sarò io.

Ok, calmiamoci.
Scusate. Sarà che da quando è comparso The Lost Samurai ho smesso di sperare. Boh.
Torno al lavoro. Lascio parlare un paio di voci al posto mio, cheèmmeglio.
Perchè sono totalmente d'accordo a metà con loro. Perchè mi sono sembrate le voci più adatte ad essere condivise.
Ma soprattutto perchè sono teste pensanti e, quando si tratta di Lost, le teste pensanti sono tesori da custodire gelosamente.

La parola a Paolo e Mauro.

Alla prossima.


La Luccicanza. Ma quella buona.


C'è un nuovo nome nella colonna dei link a sinistra, quella dei fumettari.
E' il frutto di una di quelle sessioni di navigazione random che, magicamente, finiscono col portarti proprio dove volevi stare.
Uno di quei momenti in cui, spinto da insaziabile curiosità, rimbalzo da una parte all'altra della rete in cerca di qualcosa.

Che poi questo qualcosa spesso si può tradurre con un'incoraggiamento a perseverare in determinate scelte che influenzano lo stile di vita. Scelte che hanno a che fare con l'auto che guidi e quella che vendi, le utenze che attivi e quelle che disdici, la scuola per i tuoi figli, la medicina, il tuo lavoro, fare la spesa, eccetera. Sciocchezze, insomma.

Navigazione random, dicevo.
A volte l'esperienza si conclude lasciandomi l'amaro in bocca e una vaga frustrazione, una sensazione di stallo e di impotenza. Gmork che se la ride in un angolo e il Nulla galoppa alla grande. Una bella merda.
Altre volte, invece, accade che dietro un clic si nascondano autentiche sorprese.
Per quanto possa sembrare strano, sono orgoglioso del fatto che alcune splendide amicizie siano nate proprio così, in rete, per caso.
Una manciata di icone 32x32 che diventano volti sorridenti e mani che si tendono ad ogni occasione di ritrovo. I commenti nei post che evolvono in piacevolissime chiacchierate vis à vis, mille città diverse a fare da sfondo a quello che una volta era solo il bagliore di un paio di monitor nel buio di case piene di libri.

Insomma. C'è un nuovo nome qui a sinistra ed è quello di Stuart McMillen.
Chi è? Stuart è una di quelle graditissime sorprese.
E' un ragazzo australiano, di Brisbane. Appena sedicimila chilometri da casa mia. Per una volta è bello riconoscere che Guzzanti si sbaglia.

Non mi ha ancora detto la sua età ma con quella faccia è di sicuro sotto i vent'anni.
Parliamoci chiaro: secondo me nel 2010, mentre la massima soddisfazione di coetanei (e non) è consiste nello starsene su Facebook a suggerirti di diventare fan di fomentare la rabbia dei vecchietti alla posta, un teenager che in certi momenti scavalca Scott McCloud non passa inosservato.

Eppure Stuart era uno di quelli che a scuola le prendeva da tutti. Uno di quelli che il ragazzo è sveglio ma non si applica.
Ma anche uno di quelli che, se non sei ancora totalmente rincoglionita dalla tv, magari gli fai capire che basta un taglio di capelli decente e un pò di flessioni e tu quelli che giocano a football non te li fili più e te lo sposi di corsa.


Perchè, dirai.
Beh, fai un salto a casa sua. Prenditela comoda. Guarda dappertutto, leggi tutto.
Poi dimmi se sei d'accordo con me, quando gli dico che se in ogni Paese ci sono in giro almeno dieci tipi come lui si può ancora pensare che questo pianeta non sarà costretto a cacciarci a calci nel culo nel giro di poche generazioni.

Lui dice che esagero.


All I want for Christ.


E' iniziata la corsa agli armamenti, come la chiama Ilaria.
E ci sono le cose che notano tutti (alberi e presepi, zampognari e lucette colorate), quelle che nota qualcuno (gli arrangiamenti pop che improvvisamente si riempiono di cori e campanelle nel disperato tentativo di sfornare "involontariamente" la hit di Natale), e quelle che nessuno vuole vedere (una realtà quotidinana che si fa sempre più cinica e paradossale, le mille giustificazioni partorite dalla coscienza umana per tollerare un prelievo al bancomat dietro l'angolo dove un poveraccio muore di freddo).
Ma anche la lettera integrale di Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International, a proposito dell'esito del summit appena concluso a Copenhagen, se vogliamo.

Lo show proseguirà senza intoppi, come sempre, guidato da espertissimi impresari e maestri di cerimonia. Sta a noi decidere chi interpretare e come.
Si può scegliere di agire o di fermarsi appena il tempo per cliccare "Mi piace" su Facebook.

Non starò certo qui a pontificare su come dovrebbe essere il Natale.
Certo però, non ditemi che è quel delirio compulsivo, quell'affanno senza senso che riempie i carrelli della spesa reali e virtuali. Chiunque pensa che non ci sia alternativa, che sia normale, che ci faccia bene, che sia per noi, ha una pessima opinione di sé e della specie vivente a cui appartiene.

(Nello spazio di questa parentesi c'è una giornata intera con tuo figlio. Il bello della diretta. E del tasto "salva come bozza".)

Cominciava a sembrarti tutto falso e meschino, allora sei fuggito via.
In barca, verso il largo, lontano da tutto e da tutti. All'improvviso un rumore sordo.
Il tuo battello ha urtato le gigantesche quinte che per anni hai chiamato cielo.
E finto. E' blu dipinto di blu.
Se questa non è solo una memorabile scena di Truman Show ma è - o è stata - la tua vita, al tuo grido disperato non risponderà Ed Harris, ma Dio.
O almeno a me è andata così.

E Dio, per chi ci crede e per chi no, sta nella verità. Pura, semplice e assoluta.
La verità delle cose, dei fatti, dei rapporti tra le persone, la verità con te stesso. Niente più versioni romanzate o licenze poetiche. La messa al bando di ogni ipocrisia.
Lo chiamo Dio perchè poi, a pensarci bene, si tratta del massimo a cui si possa aspirare: vivere liberi da ogni schiavitù, scegliere consapevolmente ogni cosa, avere il famoso coraggio delle proprie idee, sospesi come funamboli in un cosmo di cui sappiamo solo una manciata di come e zero perchè.
Si, lo so, una storia lunga e complessa. Non una roba da blog.

Per questo sono grato a chi, come Pierre Bourgeault autore dello Zio Sam qui sopra, parla chiaro.
(Ma anche questo non scherza.)

E' un processo di disintossicamento graduale e una volta che hai iniziato va sempre meglio.
Butti un pò di carico in mare e qualcuno già ti vede come una specie di asceta, di cultore delle privazioni.
In realtà ti stai solo liberando dei pesi che ti impediscono di andare avanti.
Devi arrivare a sentire quel rumore sordo, a toccare le quinte, se vuoi smetterla di sentirti sempre e ovunque a disagio. Devi porti domande che la tua coscienza, allenata a fare zapping, si affretterà a mettere da parte. Devi fartele ancora, e ancora. Il primo passo per liberarsi da qualsiasi schiavitù sta nel riconoscersi schiavi, poi viene il bello.
Quando quell'omino mesto e borghese che hai dentro capirà chi è che comanda, spegnerà la tv e alzerà le tapparelle, permettendo al sole di illuminare la stanza, finalmente.

Emancipate yourself from mental slavery, diceva qualcuno. In quella frase c'è l'augurio che faccio a chiunque legga queste righe. Per il Natale, per l'anno nuovo che sta arrivando, per la vita, l'universo e tutto quanto ne facciamo.
Non viene da uno che ce l'ha fatta, è chiaro. Ma da uno che diverse volte c'è riuscito, questo si.
E se lo auguro è perchè è meraviglioso. Molto meglio dell'essere "più buoni".

E alla fine un consiglio. Le indicazioni per trovare un tesoro* che arricchisce davvero, non l'ennesimo gingillo.
Da leggere tenendo a portata di mano un'antologia completa dei racconti di Camelot.
Si, proprio quella. La Tavola Rotonda.

Fidatevi.

*Sottotitolo e copertina orrendi, come ahimè è sempre accaduto con tutto ciò che c'è di davvero importante a questo mondo. Ma tu non ti fermerai per così poco, vero?


Ol' Thirty Bastard.




[1989]

Io e mio fratello Damiano ne eravamo certi.
Quando senti il tintinnare delle chiavi nelle tasche di qualcuno - ci dicevamo - quello è un adulto.
Era così per quelli poco più grandi di noi. Le chiavi di casa le sentivi rimbalzare nelle loro tasche e quel suono inconfondibile stava lì a dirti che anche se stavano giocando con te erano lontani anni luce. Erano i grandi.

Stasera, nel suo messaggio di auguri, Damiano mi ha ricordato quei pomeriggi e glie ne sono grato.

[Stacco, 1999.]

E' incredibile come il ricordo di una festa a sorpresa di dieci anni fa sia così vivido nonstante nel frattempo sia accaduto di tutto. Davvero, di tutto.

Dai nomi sui citofoni ai numeri sui display dei cellulari, dalle mailboxes ai profili sui social network, gli amici hanno cambiato mille volte forma e colore.
Alcune amicizie sono sbocciate, altre sono state recise, altre ancora resistono al vento, tenaci come nient'altro al mondo seppur mutate in qualcosa di radicalmente diverso da ciò che furono.

Ho creduto in Dio per poi smettere e ricominciare di nuovo.
Ho vissuto di ciò che so fare meglio, avere idee.
Che poi è diventato il lavoro che ancora oggi faccio fatica a spiegare a chiunque, incluso me stesso.
Ho cambiato strada così tante volte da aver perso di vista la meta prefissata, preso a guardare un cielo ogni giorno diverso.
Se penso al domani non ho dove poggiare il capo. Ma qualcuno ha detto che questa non è l'incertezza, questa è la libertà.
Ho sposato una donna che ogni volta mi tende la mano. Ed è uno specchio per vedere chi sono al di là di tutte le costruzioni mentali, i sogni e i progetti.
Ho un figlio. E certe volte questo pensiero è una rivelazione che ti esplode in mezzo agli occhi ridimensionando ogni cosa, altre volte è un punto interrogativo gigantesco, ma di quelli che auguro a chiunque di portare sulle spalle.

Ho suonato, ho cantato, ho scritto, ho disegnato.
E qualche minuto fa, in silenzio, ho festeggiato.

[2009]

Sono qui da 10.958 giorni, ad un passo dal nuovo anno che sembra sempre più quello decisivo, quello che plasmerà gli altri che verranno, indipendentemente da quanti saranno.

Tornerò a rileggere queste righe per vedere chi ero, la notte che ho compiuto i miei primi trent'anni.

Cosa ho visto.


Sono in questa grande festa danzante nelle strade.
Mi passa davanti uno striscione con le parole processato e arrestato.

E una faccia fin troppo nota, che non ghigna più.
E' un attimo, prima di essere di nuovo inghiottito dalla folla.
Indossiamo tutti la mascherà di un tipo con i baffetti e la mosca.
Stiamo cantando in coro "remember, remember, the 5th of December".
Torno a ballare.

E tu? Cos'hai visto? Join the Mosaic.


Io sono tuo padre. (Vol. 6 - The School Issue)



Diventare padre significa alle 8 pappa, alle 9 a nanna.
Tutti.

Diventare padre significa mors mea, vita sua.
Mors loro, vita nostra.
Per la proprietà transitiva degli elementi, mortacci vostra.

Diventare padre significa alterare il continuum spazio-tempo con 1.21GW di madonne tirate giù di prima mattina, quando puntualmente gli oggetti intorno a te ti ricordano che nulla - nulla - è pensato per agevolare un bambino e men che meno il genitore che lo segue, in questo stracazzo di città.

Diventare padre significa soprendersi davanti ad un film, un libro, una canzone, a pensare a come sarà condividere tutto questo con lui.
Volere che accada più presto e più volte possibile.

Diventare padre significa che, nel giorno in cui Edison testava la prima lampadina e in Francia le donne accedevano al voto, nel giorno in cui Taiwan cadeva in mano ai giapponesi e a New York inauguravano il Guggenheim, a poco più di un mese dai tuoi primi trent'anni lo accompagni a scuola per la prima volta. E non ci credi. E non ci crederai per molto, ancora.

(E se nel farlo ti senti improvvisamente vecchio, quel bambino all'ingresso che ti guarda ed esclama nonno! non aiuta.)

Diventare padre significa risposte pronte, strategie collaudate a casa, insieme, prima dello scontro.
u-jitsu sociale.
- No, signora. Non è vaccinato. Si, è nato a casa. Si, per scelta. No, non siamo nè amishmormoni, signora. No, neanche quelli del Regno. Abbiamo solo acceso il cervello.
(...)
Vede, io e Dio abbiamo un accordo.

Io non discuto sul perchè lui abbia popolato il mondo di gente come lei e l'abbia messa sulla mia strada e lui non discute di come distribuisco la sua ira. -

Diventare padre significa l'inserimento, il distacco graduale, la stanza della vista, quella dell'udito, del tatto, dell'olfatto, del gusto. Un paio di ciabattine nuove che sembrano disegnate da Frezzato, la foto più bella sulla bacheca dei nuovi arrivati, il cerchio delle presentazioni, il traffico la mattina, la maestra Martina, il profumo del legno, la rata in base all'ISEE, l'orario flessibile, lo porti tu, lo prendo io.

Da qui al 2025, anno in cui prenderà la patente.

Per questo, s'intende.

... "ma in verità siete madri e padri, fratelli e sorelle, zii e zie e tutti voi siete figli."

Il 30 novembre prossimo, questa bambina compirà 30 anni.
Anche se è canadese, nata da una scrittrice e da un genetista, fare un parallelo con la sua vita mi risulta particolarmente facile perchè, beh, vedete, ha solo un giorno più di me.

Nel '92 guardavo Maison Ikkoku (anzi, cara, dolce Kyoko...) su Rete Oro, giocavo a schiacciasette e costruivo le mie ultime casette in legno con i miei Goonies, ovvero mio fratello Damiano, Alessio, Cecco, Lele.
Ero convinto, come tutti, che quel coso trasparente sotto al tallone delle Nike Air Max poteva renderti un uomo migliore.
L'unico rapporto quotidiano con un monitor era mediato dalla schermata di avvio del Workbench Amiga e finalmente - seppure con imperdonabile ritardo - accedevo al futuro. Il mio aveva la faccia piatta e cangiante del Compact Disc.
C'era Snoop con Doggystyle e c'erano i Queen con il loro secondo Greatest Hits. L'estate durava davvero tre mesi, perchè era scandita dalle vacanze scolastiche e a settembre le facce sembravano tutte diverse, sembrava passata un'eterintà.
E il sabato era dedicato ad un rito per pochi eletti. Autobus + metro B + metro A. Ottaviano. Attraversare tutta la città, scorgere dai finestrini luoghi che avrei conosciuto bene solo molti anni dopo, per raggiungere il tempio. (Leggi "fumetteria").

E tu? Che facevi nel '92?

Io ho scritto le prime cose che mi tornano in mente e anche se so che c'è molto, molto altro, improvvisamente mi è parso tutto così dannatamente vacuo ed effimero al pensiero che, negli stessi istanti, una mia coetanea stava mettendo in fila una manciata di parole semplici semplici. Così semplici da zittire il mondo.
E non per sei minuti, come dice il titolo del video.
Per circa 17 anni e ancora, finchè il mondo, il mio e il tuo, non si deciderà a risponderle.



Noi zareme patroni ti monto!


Gesù! Questo secolo è la fine del mondo!
Yahoo! Questo secolo è la fine del mondo!
(Caparezza, Epocalisse)

Avviso: questa è proprio random. Scrivo di getto quindi più che mai il rischio di partire per la tangente e finire a parlare di massimi sistemi è altissimo.

Tutto 'sto gran casino per Google Fast Flip... mah.

Per carità, bella l'idea. Basta una parola chiave per generare un'ampia panoramica con una selezione di articoli a tema estratti da quotidiani/blog/magazine di mezzo mondo. Notevole.
Sorvolando sul nome orrendo e sulla consueta veste grafica da avviso comunale, sto pensando all'utilità reale dello strumento e alle implicazioni più delicate.
Tra queste, inutile dirlo, spicca la solita, annosa faccenda della privacy.
L'utente che sfoglia Fast Flip dopo il login nel suo account Google, per dirne una, aggiunge un altro importante tassello alla fornitura volontaria di informazioni personali.
Per la gioia dei nuovi cercatori d'oro del targeting comportamentale.

Insomma, come è giusto, ad ogni minimo movimento del colosso californiano si avvertono ripercussioni mondiali e il regime di libera concorrenza mostra il suo vero volto. Iniziative simili da parte di gruppi più piccoli e/o indipendenti spariscono nell'oblio o nella migliore(?) delle ipotesi vengono fagocitate dal mostro. Basti pensare a tutti i progetti di digitalizzazione dei testi partiti negli ultimi anni, improvvisamente eclissati all'annuncio della nascita di Google Books.

E' facile, a questo punto, scorgere un futuro prossimo al quale basterà applicare il prefisso Google ad ogni attività umana che abbia una qualche rilevanza sociale, economica, politica etc.
Piuttosto che proiettarmi in opprimenti atmosfere orwelliane, preferisco tenermi stretto il caro, vecchio Kiosko.
Ma quanto durerà?

La battaglia infuria mentre ognuno di noi vive la propria vita all'oscuro di intrighi e alleanze che stanno ridefinendo radicalmente l'accessibilità all'informazione, all'intrattenimento, al sapere collettivo.
Intanto, on e offline si moltiplicano le versioni contrastanti delle cronache di guerra.
E' ancora presto per capire dove sia il male minore. Per ora l'entusiasmo giovanile di Zuckerberg (ma anche del golden trio) sembra avere la meglio, deliri di onnipotenza a parte.
Reciproci insulti, clamorose offerte rifiutate, confessioni imbarazzanti (se Facebook trovasse il modo di monetizzare... balbettano terrorizzati i cervelloni dei Google Labs) Zuckerberg che parla di una rivoluzione al pari di quella della stampa (ma lo saprà come è finita, con Gutenberg?) e critica l'approccio di Google, tutto algoritmi e fredda catalogazione di dati, promuovendo il suo progetto di ricerca più umanizzata (...) via Facebook.

Eppure in quegli algoritmi dev'esserci qualcosa di squisitamente umano.
Avete presente la funzione di accesso automatico della search bar di Google? Quella per cui basta scrivere il nome del sito per raggiungerlo?
Ecco.
Basta digitare facebook e vedere quello che succede, per farsi un'idea.

Bittersweet.


Was it you who spoke the words that things would happen but not to me /
Oh things are gonna happen naturally/
And taking your advice I'm looking on the bright side/
And balancing the whole thing/
But often times those words get tangled up in lines/
And the bright lights turn to night/
Until the dawn it brings/
A little bird who'll sing about the magic that was you and me.
(Jason Mraz, You and I both)


Scarlattina, otite, idrocele, denti, febbre a cannone.
1/14 Agosto 2009.
Avere un figlio significa arresti domiciliari.


Bitter

E' saltato l'80% delle cose che avevo (avevamo) pensato di fare in questi giorni.
E' saltato il pellegrinaggio a casa di Banksy.
Sono saltati il mare, il lago e la montagna. Gli amici, il cinema, la musica.
L'amato/odiato planning settimanale mi fissa dalla scrivania. Ha gli occhi di Bush quando parlava di Asse del Male e Giustizia Infinita.
Malattie, farmacie, file, telefonate, custodi delle scienze mediche che procedono a tentoni nel buio di ciò che ancora non sanno del corpo umano. L'assenza dell'umiltà necessaria per ammettere una sconfitta, la presunzione, la mediocrità, il veleno.
Per gran parte del giorno ho "i pugni nelle mani".

Quest'improvvisa reclusione mi da troppo tempo per pensare e per quelli come me la cosa non è quasi mai un bene.
La "società civile" mi appare sempre più come un idiota che esce di casa nudo e va da Bulgari per comprare un paio di gemelli.
Il tempo scorre lentamente, troppo lentamente. E trovarsi alla fine della giornata con la sensazione di non aver fatto abbastanza è devastante.
Ogni decisione da prendere in questo delicatissimo momento (che è tale anche per mille altri motivi), è una roba da filo rosso/filo blu. Sudori freddi, gola secca e mascelle serrate.

Sweet

Ho tempo per recuperare una serie di letture arretrate, riprogrammare l'immediato futuro (stavolta cercando di ricordare, come suggeriva John, che la vita è ciò che ti accade mentre sei tutto preso a fare altri programmi).
E faccio questo con un'urgenza che puoi percepire solo quando diventi padre. Non è presunzione o superbia, è che tuo figlio ormai parla. Punto. E tu devi saper rispondere. Sempre.

Cullati dal silenzio onirico degli appartamenti chiusi per ferie che ci circondano, passiamo le serate leggendo, ascoltando musica nella luce soffusa del salone.
Basta la voce di Al Bowlly a portarci dove vorremmo essere. Ci guardiamo negli occhi e l'istante dopo siamo lì.
Sto scrivendo. Piano, ma sto scrivendo.
Giochiamo con Leonardo.
Ci aiutiamo. Facciamo i turni, ci diamo i cambi.
Siamo invincibili.


Io sono tuo padre. (Vol.5 - the pre-holiday release)


Diventare padre significa avere un alleato.
Diventare padre significa non riprendere fiato.

Diventare padre significa progettare fughe.
Per lui. Da lui.

Diventare padre significa Dio benedica i nonni.
Diventare padre significa Dio fulmini i nonni.

Diventare padre significa dire
scarlattina
quando tutti intorno a te dicono
ferie.

Diventare padre significa ricordarsi di ricordare.
Diventare padre significa che ti guardi dentro e poi gli racconti cosa hai visto.

Avere un figlio significa troppo.
Tanto che cominci a volerne un altro.


What goes around comes around.


Ner mejo che 'n sordato annava in guera
er cavallo je disse chiaramente:
Io nun ce vengo! E lo buttò pe tera
precipitosamente.

No, nun ce vengo - disse - e me ribbello
all'omo che t'ha messo l'odio in core
e te commanna de scannà 'n fratello
in nome der Signore.

Io - dice - sò 'na bestia troppo nobbile
p'associamme all'infamie che fai tu.
Se vôi la guera vacce in automobbile,
n'ammazzerai deppiù.

(Trilussa)

Diapositive



Laggiù, proprio adesso (fuso a parte), passeggia con la sua bella un'amico.
Lui sa di meritarselo e io so che è vero, quindi riesco a tenere a bada l'invidia contrapponendola ad una specie di profondo senso di giustizia, una solidarietà spontanea con i professionisti, i pochi rimasti a questo mondo.

Se così non fosse, il rosicamentum tremens mi avrebbe gia posseduto trasformandomi in un golem urlante e l'avrei raggiunto surfando sulla scia della mia saliva solidificata mietendo vittime e cantando Hold on, I'm coming.

E invece no. O meglio, darei ancora un braccio per essere lì ma decido di concentrarmi su un'altra immagine. Una diapositiva che mostra il presente e l'immediato futuro. Inspiro, espiro.
Un paio di soddisfacenti progetti conclusi e i big ones che reclamano la mia dedizione in un agosto che si prospetta denso e distensivo allo stesso tempo.

Nessuna trasferta se non nei primi di settembre, quando il tunnel del divertimento sarà alle spalle dei più.
Ho la netta sensazione che dall'ultimo trimestre di questo 2009 dipenderanno molte, moltissime cose.
Da qui ai prossimi 40 giorni dovrò dare il meglio di me ma avrò Ilaria e Leonardo dalla mia.
Nothing could be better, and nothing ever was.


Io sono tuo padre. (Vol.4 Random)




Diventare padre significa un mese tra un post e l'altro.

Diventare padre significa "chissenefrega".

Diventare padre significa scegliere, con estrema cura, quale sarà il suo primo film al cinema.
Coraggio. Pensare che il tuo è stato E.T. serve solo a cedere definitivamente all'idea che con i nonni non ci sia competizione.

Diventare padre significa passare più serate con i membri della Dharma (o la polizia di Los Angeles, o una coppia di pubblicitari di Chicago, o un serial killer di Miami, o quello che volete) che con i propri amici.

Diventare padre significa che quando sei altruista augureresti a tutti i tuoi amici di avere un bambino e quando sei egoista... pure.

Diventare padre significa una media di 20 parole nuove al giorno e alcune sono migliori di quelle che usavi tu.
Cocciolato, puliscio, podònolo, appla, uffiore.

E il capolavoro di Collodi è Copompo, l'hai sempre saputo.

Diventare padre significa trovarsi a fare i conti con l'Italia del futuro sotto il sole di un parco giochi. Scoprire perchè gli italiani sono sempre quelli che non amano fare la fila, che devono arrivare prima a costo di scavalcare chi hanno davanti e si esibiscono in continue furbate per avere la meglio sui loro simili.
E' che li indottrinano da piccoli.

Diventare padre significa che per diventare peggio di certe mamme basta una foto su Threadless.

Diventare padre significa che potete anche venirmi sotto tutti insieme, perchè ha iniziato a dire "buonanotte papà", e io ho la forza di cento uomini.


Il curioso caso di Benjamin Magnum


E' la storia di un uomo condannato eternamente a dimostrare di più dell'età che ha.

A 13 anni gli amici insistevano per mandarmi in edicola a prendere i pornazzi che a loro non avrebbero dato.
E' l'altezza, dicevano.
A 14, durante la ricreazione, se uscivo per prendere qualcosa da mangiare ma non avevo lo zaino con me, le cassiere mi davano del lei.
Sono i baffi, dicevano.
In diverse occasioni, che fossero di semplice cazzeggio o cose serie tipo i carabinieri, la data stampata sulla carta d'identità è stato l'unico mezzo con cui convincere chi avevo di fronte.
E oggi, a nove mesi dai trent'anni, una stagista me ne da "sicuro meno di quaranta", per poi aggiungere, esitando "Trentasei? Trentacinque?"
E' la barba, mi dice.

Stamattina, con gli occhiali "da riposo", mi sono visto riflesso sullo schermo di un computer e, per un attimo, ho avuto la sensazione di guardare una foto di mio nonno. Ricordo persino di quale foto si tratta. Era giovane, avrà avuto...quarant'anni.
E' la pelata, mi dico.

Non che la cosa mi ferisca particolarmente. E' solo che devo ancora capire bene come usarla a mio favore. (Salvo il periodo dei pornazzi in edicola, ovvio.)
Pensierino della sera: Dormi di più. Mangia più frutta.

Certo, arrivare ai 65 come il signore nella foto qui sopra non mi dispiacerebbe affatto ma di questo passo, alla sua età, non sembrerò più mio nonno. Sembrerò il suo.

E oggi, ragionando su questo, ho fatto caso ad un altro inequivocabile segno di invecchiamento.
Passare da grafico ad art director significa smettere di vedersi salutati via mail con un "a presto", quando non con un "bella".

Oggi mi salutano così:

WTING FEEDBACK ASAP, RGDS.

Che cazzo.


Le cose eccono.


Quando pranzi alle 3 sei uno che ha da fare.
Quando ti vesti mentre pranzi sei uno che ha parecchio da fare.
Quando scuoci la Garlofalo sei un cretino che ha parecchio da fare.

Pensavo di arrivare a 30 anni senza ma poi ho capito che è meglio dare la priorità alla sanità mentale piuttosto che allo spazio sulla scrivania.
Così ho comprato un planner settimanale.
Io che non sono mai stato tipo da agenda (cartacea o elettronica) e ho sempre combattuto contro l'entropia dei post-it, ho rischiato di implodere e così - apriti cielo - ho finalmente deciso di ascoltare il consiglio della consorte.
Anche la vita può rivelarsi migliore, quando dalla realtà rimuovi quella fastidiosa finestra in sovrimpressione che dice: "Attenzione. Spazio mnemonico insufficiente. Si consiglia un backup dei dati per scoraggiare quei quattro ictus che ti stanno aspettando dietro l'angolo".

Muovo i miei primi passi nel meraviglioso mondo del planning cosciente del fatto che ne vedrò i benefici solo a medio-lungo termine. Per ora, incastrare gli impegni settimanali in quelle caselle è piacevole quanto trascorrere il ferragosto al pronto soccorso.
Ma andiamo con ordine (ecco, appunto).

Scarsa, scarsissima capacità di concentrazione, ultimamente. E'una specie di autismo.
Compro il planner per le cose importanti e poi certi dettagli apparentemente insignificanti mi si fissano nella memoria come fossero marchiati a fuoco, ricollegandosi tra loro nei modi più assurdi.
Mentre progetto il packaging per i prodotti di un cliente mi scopro a pensare ad Ozymandias, al profumo di Veidt e a quanto sia terribilmente anni '80 l'accostamento oro/viola del suo costume.
E ore dopo rintraccio l'origine di quel flusso di pensieri, scoprendo un processo di associazioni mentali decisamente folle. Provo a descriverlo:
Un tipo in ufficio sta guardando divertito il mitico primo spot del Mac. Un'altro tipo passa dietro di lui e sospira: "ah, che nostalgia...".
Il sospiratore avrà al massimo 25 anni. Nostalgia de che, penso io. Nell'84 eri appena nato, imbecille. L'imbecille si chiama Adriano. Subito dopo, mi giro verso la mia scrivania e lo sguardo mi cade su una cartella colori per una collezione. Dalla pila di carta spuntano due campioni. Pantone 132c, Pantone 2602c. Oro e viola.
Ci ho messo mezza giornata a ricollegare tutto ma confesso una certa soddisfazione. Che poi la cosa sia un tantino inquietante è un altro discorso...

Da due settimane il mio culo viaggia in Hibryd Sinergy Drive. Quattropuntosette litri per cento chilometri. Quasi 29mila euri. Poi un giorno vi racconterò come ho fatto a pagarla la metà.
Al lavoro le urgenze sono direttamente proporzionali alla quantità di stronzate che volano nell'aria ma continuo a lottare per tenermi stretta l'indipendenza necessaria a sperimentare, competere e respirare.

Trovo un attimo per andare al cinema dove mi aspettano un Fincher flaccido e imborghesito e la sensazione che Eric Roth scriva le sceneggiature riempendo i campi di un file excel chiamato F_Gump.xls.

Nel frattempo (lo sto vedendo ora), sommando feed e posta arretrata arrivo a quota 728.
Giunto a 815, giuro che programmerò la sveglia con questa:


Anche scartando a priori il fancazzismo dei campioni di Facebook e le loro richieste ad iscrivermi ai gruppi per la salvaguardia della focaccia coi pinoli, resta un numero che non concede scusanti.
Quindi beh, smetto di chiedere scusa e invoco direttamente la pietà.

Leggo dall'hard disk esterno:
Heroes, Lie to me, Life, Lost, Trust me, United States of Tara e il tanto atteso live movie di 20th Century Boys sono tutti lì ad aspettarmi. Li guardo con quel misto di senso del dovere e disperato bisogno d'intrattenimento tipico del mio approccio alla serialità. Se vedrò la vecchiaia, la mia sarà demenza seriale.
Poi arrivano gli amici, quelli che ti capiscono davvero e che ti tendono la mano. E in quella mano c'è un dvd con tutte le stagioni di The Shiled e quattro film che - tanto per cambiare - ti sei lasciato scappare al cinema.
Poi uno dice che non andrà mai a letto con il portatile. 'Fanculo.

New entry degli ultimi giorni, una questione che s'impone con prepotenza su tutto il resto:
E' arrivato il momento di presentare la domanda per iscrivere Leonardo al Nido. E' confortante sapere che anche in questo caso c'è una certa inclinazione al paradosso.
Tornerò sull'argomento quando avrò il tempo necessario a trattarlo con l'attenzione che merita e solo dopo che avrò fatto quattro chiacchiere con chi gestisce la cosa nel quartiere.
Per ora penso che il termine pagliacciata possa rendere l'idea della mia posizione.

Le giornate sembrano tele di Pollock, dischi da deframmentare. Sposto cubetti colorati, unità di tempo.
Ma quando Ray Charles canta Hit the road, Jack, Leonardo gli risponde No mo', no mo', no mo', no mo' e allora va bene così.
Sta funzionando tutto a meraviglia.